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La Sede

La sede della Fondazione. Nota storica

L’isolato nel quale sono ubicati gli edifici che sono oggetto di questa nota storica si trova all’interno della città romana, prossimo alla porta gemina cosiddetta dei Borsari ed è delimitato a sud da corso Porta Borsari, a nord da via Emilei (ora via S. Eufemia), ad est da via S. Eufemia (già via Monachine) e a ovest da via Adua (già via Palazzo Diamanti). Si tratta di un’insula del reticolato romano: un’area cioè pressoché quadrangolare di circa ottanta metri lineari di lato, lambita a sud dal decumano massimo, a nord dal primo decumano sinistrato, a est dal secondo cardine citrato, e ad ovest dal terzo cardine citrato il quale si affacciava direttamente sul pomerio, oltre cui erano le mura di cinta della città.

Resti dell’antico basolato del decumano massimo, in blocchi poligonali di basalto, furono scoperti proprio in questo suo primo tratto nel 1959 (L. Franzoni, Edizione archeologica della carta d’Italia al 100.000: foglio 49, Verona, Firenze 1975, p. 93-94 con bibliografia relativa) mentre in via S. Eufemia è stata segnalata l’esistenza di un mosaico nell’ambito della casa che sta dietro “Lo stal de le vecie” (P. Marconi, Verona Romana, Bergamo 1937, p. 152). Di recente poi, durante i lavori di ristrutturazione delle case di proprietà della Società Cattolica di Assicurazione, sono venute alla luce, nel sottosuolo degli edifici in questione, importanti testimonianze archeologiche, con resti di una villa romana del periodo tardo-antico […].

Poco sappiamo invece dell’organizzazione edilizia dell’isolato nel periodo alto medievale: è pensabile tuttavia che sulle rovine delle case romane che ne dovevano occupare tutta l’area, siano sorte poi case e torri di numerosi privati, fra le quali erano spazi tenuti a corte o ad orto, nonché una curia, cioè una piazzetta pubblica corrispondente pressapoco a corte Realdi: la vicinanza alla porta romana dei Borsari e l’asse viario che congiungeva questa con il Foro di piazza Erbe, doveva comunque rendere assai appetibile quest’area al di là della quale, verso l’Adige, era probabilmente già sorta la chiesa di S. Eufemia, che solo nel Trecento diverrà parrocchia, anche se dette ab antiquo il nome alla contrada omonima, della quale l’isolato in questione costituiva una buona fetta.

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Già in epoca comunale la guaita di S. Eufemia è nominata fra quelle che facevano parte del quartiere detto dei Capitani corrispondente dapprima a quella porzione di città posta appunto fra l’Adige, il corso Porta Borsari, le vie Sole e S. Egidio e le mura romane di via Diaz: annota giustamente il Rossini che il termine “Capitaneorum”, che troviamo nella documentazione d’archivio, sia stato attribuito a questo quartiere perché esso era il preferito o nel quale avevano residenza la maggior parte dei “capitanei”, ossia di quel ceto ben precisato di cittadini che tanta importanza ebbe nella costituzione del libero Comune veronese (E. Rossini, Evoluzione dell’impianto contradale di Verona nei secoli XIII e XIV, estratto da «Atti e memorie dell’Accademia di Agricoltura Scienze e Lettere di Verona», serie IX, vol. XIX (1967-68), p. 13).

A questo quartiere appartenevano appunto, entro la cinta romana, le quattro contrade di S. Benedetto, S. Eufemia, S. Egidio e S. Giovanni in Foro, cui si aggiunsero in epoca comunale, fuori dalla cinta romana, S. Martino in Aquaro, S. Michele alla Porta e, in epoca scaligera, fuori dalle mura comunali, S. Zeno in Oratorio e S. Zeno Maggiore (E. Rossini, cit., p. 13). La contrada di S. Eufemia andava dall’Adige a corso Porta Borsari e da via S. Eufemia alle mura romane; ad essa corrispondeva, dal secolo XIV fino al secolo XVIII, anche la parrocchia omonima.

Si è detto che la zona era prevalentemente di tipo residenziale-signorile, e di ciò abbiamo conferma anche restando nell’ambito del nostro isolato nel quale si stabilirono e dimorarono per più secoli, come si vedrà, anche le illustri famiglie dei Da Sacco, dei Da Campo, dei Realdi, dei Maffei, dei Cavazzocca, solo per dire delle più importanti. Ma questo fatto non deve trarre in inganno e farci pensare che ci si trovi di fronte ad un quartiere monoclasse: accanto alle dimore dei signori, talvolta nello stesso palazzo, troviamo pure più modeste abitazioni di artigiani e di bottegai, mentre, oltre la chiesa di S. Eufemia, abbiamo una discreta concentrazione di persone dedite alla molitura dei cereali o alla segagione del legname mediante lo sfruttamento della corrente dell’Adige.

Nell’isolato che si prende in considerazione si era stabilito, ancora ai primi anni del secolo XIV, Pietro Guidotti, detto Da Sacco, dalla località dove proveniva la sua famiglia e che corrisponde alla odierna Campagnola, zona dell’Arsenale. Ai primi anni del secolo successivo vi si stabilisce anche un ramo della famiglia Maffei di piazza delle Erbe e suppergiù nello stesso torno di tempo anche le famiglie Da Campo e Realdi: in una anagrafe del 1501 (Archivio di Stato di Verona, Comune, Anagrafi 230) troviamo come estimati in questa zona quattro nuclei familiari dei Maffei, tre dei Da Sacco, tre dei Realdi e tre dei Da Campo.

A queste famiglie veronesi si devono in buona parte far risalire le principali vicende edilizie dell’isolato, dal secolo XIV al secolo XIX, almeno per quel che si riferisce alle sue emergenze architettoniche, come appresso si vedrà. Cerchiamo intanto di stabilire, con approssimazione, gli ambiti nei quali operarono queste casate, tenendo anche qui presente che, accanto alle dimore signorili, continuarono ad esistere case e casupole di altri proprietari minori, nate ai margini di tali proprietà più cospicue e talvolta anche inserite nelle stesse, con conseguenti promiscuità difficili da localizzare esattamente, ma comunque attestate da più carte d’archivio e ancor più rilevabili da un esame più attento della situazione edilizia e catastale.
Questa ricerca ha in particolare per oggetto le proprietà della Società Cattolica di Assicurazione e cioè una vasta porzione dell’isolato con case e palazzi che si affacciano su via Adua (case Avesani e case Da Sacco-Pincherle ), su corso Porta Borsari (botteghe sul corso e palazzo Realdi) e su corte Realdi. […]

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La sede della Fondazione Zanotto al primo piano delle Case Avesani (sub E1)

La casa Avesani, o meglio le due unità edilizie che la formano, è di origine medievale. Fu degli Avesani almeno dalla prima metà del secolo scorso, quando risulta intestata a Gioacchino Avesani. Essa confina a ovest con via Adua, a sud con casa Da Sacco, a est con le case di Corte Reali e a nord parte con casa Cavazzocca e parte con il cortile di Palazzo Maffei.

Una delle due unità abitative che la compongono (sub E2) non ha la facciata direttamente sulla strada, ma è preceduta da un cortile che è tipico delle case veronesi del Tre e del Quattrocento. A forma molto allungata, tale cortile era separato dalla strada a mezzo di un alto muro nel quale si apriva il portone di accesso alla proprietà.

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Un ballatoio girava in origine, al primo piano, attorno a tutto il cortile, permettendo agli abitanti della casa di affacciarsi sulla strada al di sopra del muro di cinta che, nella parte terminale, fungeva anche da parapetto del ballatoio. Quando nella prima metà del secolo scorso si costruì al di sopra dell’accesso su via Adua una fila di locali, tale ballatoio venne interrotto. In fondo al cortile è stato ora riaperto un portico a due arcate ribassate con bella colonna centrale in marmo rosso veronese di sapore quattrocentesco.

Sopra il portico sta una elegante facciata cinquecentesca con finestre contornate da bei profili in tufo.

La casa è di indubbia origine medievale anche se poco resta al suo interno di anteriore al sec. XVI. Fra questi resti sono importanti alcuni affreschi con motivi geometrici che paiono del secolo XIV e che si ritrovano uguali tanto nei locali del primo piano come sulla facciatina del cortile più interno.

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Essi probabilmente decoravano in origine le tre facciate di casa che davano su un più ampio cortile interno, ristretto poi, nel secolo XVII per ampliare su di esso le due unità edilizie di cui si sta discorrendo.

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Altro resto degno di considerazione è una nicchia quattrocentesca ricavata al primo piano in una parete di un locale confinante con l’unità edilizia di cui appresso si dirà, e che in origine, prima della dilatazione del corpo di fabbrica attiguo, poteva essere una finestra. Degni di nota sono anche, al piano terra, oltre il breve portico di accesso dal cortile su via Adua, i due locali soffittati con travature a lacunari e cantinelle lignee. In questi locali si può ammirare anche una parete medievale di ciottoli disposti a spina di pesce, in cui si apriva un grande camino, del quale si vede ora soltanto la schiena.

L’altra unità edilizia del complesso Avesani (sub E 1) dà direttamente su via Adua ed ha un prospetto dignitoso, realizzato nel 1827 (Archivio di Stato di Verona, Ornato b. 479) nel quadro di un riordino di tutto l’edificio.

 

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Nel cortiletto sul retro, la casa ostenta essa pure un altro breve porticato a due arcate ribassate ora riaperto e che era stato realizzato – utilizzando una colonna quattrocentesca in marmo rosso – quando il cortile fu ridotto di dimensioni, ingombrandolo con una breve porzione di edificio a due piani sopra la quale stava probabilmente un’altana poi demolita.

Questa seconda unità edilizia di casa Avesani – da tempo immemorabile in comunicazione con la prima – conserva al piano nobile due saloni: uno con decorazione architettonica seicentesca recuperata nel recente restauro, l’altro con stucchi e dipinti di gusto neoclassico.

 

Di medievale c’è solo, al secondo piano della casa, una nicchia decorata con affresco quattrocentesco, avendo il riassetto ottocentesco dello stabile (con lavori piuttosto complessi di riforma del prospetto, di rifacimento di scale e di riorganizzazione di tutti gli appartamenti) travolto ogni preesistenza.

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Testi e foto sono tratti da P. Brugnoli, Per una storia dell’isolato e delle sue emergenze, in Tre interventi nei centri storici di Verona e Vicenza, Verona, Società Cattolica di Assicurazione 1970, pp.37-44, 51-57.

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